Marco Nicola Messina

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Nomad dispatches Serie: Paradisi al secondo stadio Da Valona, Albania

Vivere in Albania: la versione onesta

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La strada costiera della Riviera albanese sopra una piccola spiaggia di ciottoli con ombrelloni e acqua turchese vicino a Valona.
La costa appena a sud di Valona. Sulla carta, esattamente quello che avevo promesso nella mappa.

Nella mappa del 2026 avevo messo la Riviera albanese in cima alla lista. Livello A, la finestra si sta chiudendo, vai ora. L’ultima capitale economica d’Europa, un monolocale sotto i cinquecento euro, l’Europa di quindici anni fa prima che la scoprissero. Ci credevo davvero.

Poi ci sono andato. Una settimana a Valona, l’idea di raccontarla da dentro come le altre tappe. E questa puntata è diversa dalle altre, perché non è finita come pensavo. La scrivo lo stesso, anzi la scrivo proprio per quello: la serie non ha senso se racconto solo i posti che funzionano.

La versione breve è questa. Ci si mangia benissimo, e finisce lì. Tutto il resto, per come l’ho vissuto io, è un sistema costruito per spennarti piano, e l’ultimo giorno mi è costato un computer.

Valona, sulla carta, è quello che avevo promesso

Parto da quello che era vero, perché lo era. L’appartamento in centro, vicino al lungomare e alla grande rotonda, l’ho pagato trentotto euro a notte. Una camera, bagno, balcone, moderno ed elegante. A quel prezzo, in alta stagione, è un buon affitto. Se lo prendi al mese e tratti un po’, la gente è cordiale e ci parla volentieri, stai sui settecento o ottocento euro. Ma da giugno scatta l’alta stagione e vogliono guadagnare, quindi il prezzo vero, quello da regalo, lo trovi da ottobre in poi, a fine stagione.

Il caffè costa un euro. Un cornetto uno e cinquanta, la colazione la chiudi con tre euro. Pranzo e cena dieci, quindici euro. Una birra due o tre, un cocktail cinque o sei. E il cibo, davvero, è la cosa migliore del paese: linguine ai frutti di mare a otto euro, pesce grigliato a dieci, il pesce è ottimo e fresco ovunque. C’è un posto italiano, il Liam, dove ho mangiato benissimo.

Un piatto di alici fritte disposte a stella su una tovaglia a quadretti rossi a Valona, con pane e una birra.
Alici fritte sulla tovaglia a quadretti. Il cibo è la cosa migliore del paese, e lo dico come complimento e come avvertimento insieme.

La giornata funzionava. Sveglia verso le nove, colazione, lavoro. Il wifi in casa andava bene, e in città internet non è mai stato un problema. Non è saltata la corrente una volta, non è saltata la linea una volta, in tutta la settimana. Alle quattro staccavo un’ora per il mare, perché di giorno sulla costa il sole è violento e sotto il sole diretto reggi sì e no un’ora prima di ustionarti. Al mare non andavo nei lidi da sette euro di ombrellone: noleggiavo un monopattino elettrico a dieci euro al giorno e scendevo un po’ più a sud, fuori città, dove la costa è di roccia e l’acqua di mare fredda si mescola a quella che arriva dai fiumi di montagna. Calette di scogli senza nessuno intorno, acqua trasparente, silenzio. Quello sì, era un piccolo paradiso.

Se il racconto finisse qui, avrei confermato la mappa. Non finisce qui.

Poi c’è il conto vero

La prima cosa che ti mangia è il contante. Quasi nessuno accetta la carta. Ti dicono sempre «solo contanti», e forse è una scusa fiscale, ma il risultato non cambia: devi andare al bancomat. E il bancomat, per farti prelevare, ti chiede nove euro di commissione. Nove euro. Devi pagare un taxi cinque euro e per averli in mano ne spendi di più solo per tirarli fuori. Prelevi cento, duecento euro, li finisci, torni al bancomat, altri nove euro. Ogni volta. Sei venuto per rilassarti in spiaggia e ti ritrovi a fare la spola con lo sportello che ti tassa a ogni giro.

Nuvole scure da temporale si addensano dietro un palazzo di appartamenti in cemento non finito a Valona.
Il tempo che gira sopra i palazzoni. L’altra faccia della cartolina.

Poi ci sono i taxi. Una corsa di cinque minuti te la fanno pagare dieci, quindici, venti euro, e il tassista ti guarda come se ti stesse facendo un favore, come se dovessi dargliene di più. La stessa corsa in Thailandia o in Indonesia la paghi uno o due euro. Qui quindici, e ti dicono che è economico.

E la qualità è una lotteria in cui l’etichetta non vuol dire niente. Una notte, a Borsh, ho dormito in un posto che si chiamava «Luxury Hotel». Trentacinque euro, e una stanza in cui non volevo nemmeno farmi la doccia. Luxury sulla porta, un tugurio dentro. Devi controllare tutto di persona, sempre, perché non puoi fidarti di come si presentano le cose.

L’ultimo giorno

Il ritorno da Valona a Tirana l’ho fatto di nuovo in autobus. Due ore, due e mezza. Stavolta c’era l’aria condizionata, viaggio tranquillo, e la mia borsa nella stiva sotto.

All’arrivo, nella stiva, la mia borsa non c’era più. Al suo posto ce n’era una uguale, piena di verdure e vestiti da campagna. Qualcuno se l’era presa, per sbaglio o no, e dentro c’era il mio computer. Se n’era andato tutto. Mi hanno detto tutti la stessa frase, gli albanesi sono brava gente, vedrai che torna. Non è tornato niente. La polizia non ha potuto fare nulla.

Mi hanno detto di non prendere il volo, di aspettare un giorno, magari saltava fuori. Non ci ho creduto per un secondo, e non volevo passare un altro giorno lì. Sono andato dritto in aeroporto e ho aspettato dieci ore in una lounge, senza muovermi, senza voler vedere più nessuno e senza farmi fregare un’altra volta dal sistema, finché non è partito l’aereo per l’Italia.

A chi lo consiglio

A nessuno. È la prima volta che lo scrivo di un posto e lo scrivo apposta.

Ci sono posti che costano uguale o meno e ti trattano meglio. La Spagna, Tenerife, Malta, le isole. Ci si mangia bene, in Albania, e per me è l’unico motivo per andarci: se vai, vai per mangiare, ma stai attentissimo a dove dormi e a cosa fai, perché passerai un sacco di tempo con la sensazione di essere mangiato dal sistema. Anche se su Instagram e nelle recensioni sembra tutto meraviglioso, non andarci. Non sarai felice. E qualunque cosa tu faccia, il computer portalo a mano, mai nella stiva.

Sulla mappa mi ero sbagliato. La Riviera albanese ha le spiagge di un secondo stadio, l’acqua è di quelle che ti restano addosso, e il tratto tra Himarë e Ksamil, dove stanno costruendo adesso, probabilmente esploderà davvero. Ma un posto al secondo stadio non è fatto solo di spiagge e di prezzi. È fatto anche di come ti tratta mentre ci sei. E questo, adesso, non è pronto.

Io non ci torno.

Le tappe che invece hanno funzionato sono nella mappa dei paradisi al secondo stadio e nella pagina dei viaggi.

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